Giornata internazionale della donna — 8 marzo 2026

Il pensiero della Fondazione Massimo Fagioli

La Giornata internazionale della donna, celebrata l’8 marzo in Italia e in molti altri Paesi, vuole ricordare le conquiste politiche e sociali, fondamentali e irrinunciabili, e le discriminazioni, spesso feroci, di cui purtroppo è stato ed è ancora oggetto il mondo femminile.

La celebrazione affonda le sue radici nelle lotte per i diritti civili e sociali dei primi movimenti femminili, intraprendenti e coraggiosi, che i profondi cambiamenti politici e culturali della seconda metà del XIX secolo avevano sollecitato in Occidente. 

Da allora, le battaglie delle donne per il riconoscimento dell’uguaglianza di genere, per la libertà, l’indipendenza, l’emancipazione e i diritti giuridici fondamentali si sono moltiplicate spalancando le porte, almeno in Occidente, a irrinunciabili conquiste politiche, sociali ed economiche. Ricordiamo che in Italia, negli anni successivi al dopoguerra e in particolare nel decennio degli anni Settanta, la giornata dell’8 marzo  è diventata occasione per rivendicare l’impegno attivo e congiunto di movimenti femministi e femminili per i diritti e la parità, per il divorzio e la legalizzazione dell’aborto.

Ma le donne, ancora oggi, non sono libere dalla paura, dalle discriminazioni, dall’oppressione, dalle violenze fisiche ma soprattutto psicologiche e culturali. Celebrare la giornata internazionale non basta purtroppo a combattere la negazione e l’annullamento che esse subiscono costantemente e senza soluzione di continuità sia nel pubblico che nel privato, espressioni di un pensiero e di una cultura patriarcali, strutturati sulla logica razionale e inumana della sopraffazione, dell’abuso e dell’intolleranza.

Nonostante siano sempre più presenti in ogni ambito lavorativo, nei confronti delle donne persistono, per esempio, ancora forti squilibri che impediscono loro l’accesso al lavoro o a mansioni e responsabilità a livelli alti o apicali. Secondo dati recenti, in Italia lavora solo una donna su due (il 52,5%) che stride con il tasso di occupazione maschile italiano che ha raggiunto più del 70% e con le sette donne lavoratrici su dieci in Europa. 

I diritti giuridici e civili acquisiti sono continuamente aggrediti da una politica e una cultura regressiva imbevuta di pensiero religioso come, ad esempio, la Legge 194, disapplicata in molte regioni per l’elevato numero di medici obiettori, una profonda carenza organizzativa unita all’estrema difficoltà di accedere alla procedura farmacologica in regime ambulatoriale.  Un’offensiva grave che rappresenta una seria minaccia al diritto sessuale e riproduttivo delle donne. 

Ma i dati più agghiaccianti riguardano le violenze. Secondo l’ISTAT quasi 6 milioni e mezzo di donne hanno subito violenze che vanno dalla violenza fisica a quella sessuale, stupri e tentati stupri, stalking e violenza psicologica. I partner, ex o attuali, sono i responsabili della quota più elevata, a cui seguono parenti e conoscenti.  La punta dell’iceberg è rappresentata dai femminicidi: a oggi, circa 100-120 vittime l’anno, spesso uccise da partner o ex partner all’interno di una relazione affettiva. 

La globalizzazione, se da una parte ha consentito una libera circolazione di beni e capitali creando nuove opportunità di lavoro, scambi culturali e rapido accesso alle tecnologie riducendo il peso delle distanze geografiche, dall’altra ha accentuato le diseguaglianze economiche e sociali, le discriminazioni, l’attacco violento ai diritti civili e umani, la distruzione dell’ambiente sotto il peso di un nuovo imperialismo e un pensiero liberista che distrugge qualsiasi opportunità sociale e umana, schiacciando diritti e speranza. Le donne, in particolare nel Sud globale,  ne stanno subendo le conseguenze maggiori con l’accentuarsi delle disparità, dello sfruttamento, della precarizzazione e della vulnerabilità sociale e umana. L’aumento delle guerre e il loro inasprimento funge da acceleratore, devastando la stabilità e lo stato sociale delle popolazioni e creando un’emergenza esistenziale che coinvolge soprattutto le donne e i bambini, vittime privilegiate ovunque di abusi, brutalità e sopraffazioni. 

Di fronte a tutto questo, la resistenza non può bastare. E non bastano più riforme sociali e diritti. È importante e necessario fare ricerca sulle radici culturali che hanno portato a cancellare il volto diverso dell’identità femminile, percorrendo così la strada sconnessa del dominio violento degli esseri umani su altri esseri umani spacciandolo per verità umana. È importante reagire affrontando quel pensiero occidentale disumanizzante, lucido e religioso che vede nella assoluta diversità del pensiero e del corpo femminile una inquietante minaccia. È necessario ritrovare l’origine materiale della realtà umana, quella nascita che nelle donne è una fortunata combinazione di uguaglianza e diversità: ugualmente umana ma completamente diversa.

La rivoluzione di pensiero che porterà al riconoscimento delle donne come esseri umani per nascita, alla loro liberazione e realizzazione, siamo certi può trascinare in una rivolta non violenta anche gli  uomini che non hanno perso la loro umanità e si sono sottratti alla logica di pensieri alterati e perdenti, capovolgendo il pensiero millenario dell’homo homini lupus.

 

Consiglio Scientifico d’Indirizzo
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