Comunicato della Fondazione sui fatti di Modena, avvenuti sabato 16 maggio 2026
Può essere l’alterazione mentale la causa della tentata strage di Modena?
Quando la violenza non trova cause – i giuristi direbbero moventi – si riaccende inevitabilmente il dibattito ormai storico sulle cause della violenza apparentemente inspiegabile. È un tema delicatissimo di interesse scientifico, sociale, culturale e politico che purtroppo spesso intercetta dimensioni pregiudizialmente dogmatiche. Per gli operatori della salute mentale, poi, non è solo una diatriba ideologica che ogni volta si accende tra fazioni contrapposte, ma al contrario un tema di fondamentale importanza per la ricerca scientifica, per la conoscenza, per la diagnosi, per l’approccio clinico, per l’organizzazione dei servizi di salute mentale e per la responsabilità professionale stessa.
Per questo sentiamo forte l’esigenza di procedere con rigorosità scientifica per affrontare una ricerca che ogni volta interessa l’opinione pubblica complessivamente intesa. È importante in tal senso prima di tutto evidenziare gli elementi di certezza che possono orientare questa ricerca.
Nella sua rigorosità l’impostazione è per certi versi semplice: è un grave errore scientifico affermare che tutta la violenza sia causata dalla patologia mentale anche perché i comportamenti violenti non sono affatto più frequenti in ambito psichiatrico di quanto non lo siano nella popolazione generale, ma è altrettanto errato negare, come si rischia di affermare nel caso di Modena, che la patologia mentale non può essere la causa della violenza: al contrario ogni evidenza scientifica dimostra che l’alterazione mentale contempla anche dimensioni distruttive di diversa natura, più o meno eclatanti o gravi, coscienti e non coscienti, che a volte possono condizionare il comportamento, che si esprimono più spesso contro se stessi che contro gli altri. D’altra parte, la prassi clinica dimostra con incontestabile evidenza che, soprattutto nelle urgenze psichiatriche, la dimensione violenta è spesso espressione della patologia che i servizi devono contenere prima di tutto da un punto di vista organizzativo e relazionale. Le cause della violenza in psichiatria poi sono tantissime: la paura, l’isolamento, l’alterazione della realtà, la disperazione, gli affetti violenti o al contrario soprattutto la perdita degli affetti stessi. Nel caso di Modena poi sono molti, gli elementi riferiti dalla stampa, che possono portare qualsiasi esperto e onesto operatore psichiatrico ad evidenziare l’alterazione mentale all’origine della tentata strage: al di là dell’essere stato in passato seguito dai servizi di salute mentale, le frasi stesse del ragazzo testimoniano un vissuto persecutorio di ingiustizia sociale che includeva nella patologia non solo le istituzioni, ma anche tutta la cittadinanza colpevole di non averlo capito, valorizzato e aiutato. E allora ci chiediamo per quale motivo alcuni psichiatri sui giornali si affrettano, senza prendersi il tempo di un respiro, a negare istintivamente il nesso, evidente in questo caso, tra patologia mentale e violenza?
Siamo consapevoli che la paura dello stigma e la carenza di risorse che affligge i servizi di salute mentale, così come la continua e impropria delega alla custodia che ricade vergognosamente sugli operatori, giustificano purtroppo un’impostazione difensiva dei servizi che non possono e non devono essere ritenuti responsabili dei comportamenti violenti che la malattia mentale può indurre. Ma al contempo sentiamo forte la responsabilità di denunciare che la pregiudiziale negazione che all’origine della violenza ci possa anche essere una causa psichiatrica, origina da una posizione dogmatica, antiscientifica e oggi antistorica, che non riconosce che all’origine della malattia mentale non c’è una dimensione di carenza difettuale organica o una carenza di risorse e sostegno sociale. Tale impostazione di fatto in questi anni ha condizionato la ricerca teorica e la prassi clinica volta invece ad individuare dinamiche di attività mentale, pulsionale e non cosciente, che sin dai primi anni di vita e nell’ambito di relazioni patologiche, portano all’impoverimento delle dimensioni vitali e affettive umane che sono fondamentali per la conoscenza del mondo e per la relazione con gli altri, come teorizzato da Massimo Fagioli con la scoperta della pulsione di annullamento come causa della patologia mentale (Istinto di Morte e Conoscenza, 1971).
Scriveva Salim El Koudri, l’autore della tentata strage di Modena, sulla sua bio di Istagram: “Vorrei poter capire la grammatica delle persone come capisco la lettera della lingua araba”. Come al solito sono i pazienti a farci capire la loro stessa patologia, è sufficiente spesso vederli e ascoltarli, superando impostazioni ideologiche e dogmatiche che impediscono la conoscenza.