La Fondazione Massimo Fagioli sul femminicidio di Lorena Isceri

Il femminicidio di Lorena Isceri, avvenuto nei primi giorni di settembre a Firenze, ci mette ancora una volta davanti all’esito estremo della violenza contro una donna. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, l’ex compagno Federico Vella l’avrebbe aggredita e sequestrata, per poi ucciderla e togliersi la vita.

Colpisce, in una storia come questa, un dettaglio che ricorre in molti casi simili: l’aggressione è arrivata da un “ex”, quando il rapporto, sulla carta, era già finito. La cronaca tende a concentrarsi sull’atto in sé, sull’istante dell’aggressione. Ma proprio quel dettaglio — un legame già interrotto che sfocia comunque nella violenza più estrema — apre una domanda più profonda: che cosa accade prima, nella realtà psichica di un uomo e nel rapporto con una donna, perché la violenza arrivi alla sua eliminazione fisica? 

La separazione non determina la patologia: la rende manifesta. Alla base vi è una malattia mentale che non nasce con la fine del rapporto, ma è già presente, e si esprime nel modo in cui l’uomo vive il rapporto con la donna. Le conoscenze scientifiche, infatti, mostrano come la patologia mentale possa comprendere anche dimensioni distruttive di diversa natura e gravità, più o meno manifeste, coscienti e non coscienti, che in alcuni casi possono influenzare il comportamento ed esprimersi non soltanto contro se stessi, ma anche contro gli altri.

È da qui che prende avvio la riflessione.

Questa dimensione distruttiva non si manifesta necessariamente attraverso un’aggressione fisica: può esistere a lungo sul piano psichico, in forme meno evidenti e più difficili da riconoscere. Accanto alle manifestazioni più visibili — violenza fisica, sessuale, stalking e femminicidio — esistono infatti forme di violenza che non lasciano segni sul corpo. Alcune sue manifestazioni sono riconoscibili, come il controllo, il ricatto economico e la limitazione della libertà personale.

Esiste, tuttavia, una violenza ancora più invisibile, perché il suo bersaglio è la mente. Alla sua base vi è una profonda svalutazione dell’altra persona, che arriva fino alla negazione della sua soggettività e della sua realtà emotiva e affettiva. La donna non viene più riconosciuta come una persona dotata di pensieri, sentimenti, desideri e bisogni propri, ma progressivamente ridotta all’immagine e al ruolo che l’uomo costruisce e impone per lei.

In questo senso, la violenza psichica diventa un vero e proprio attacco alla sua identità. La forza di questo attacco si misura anche nei suoi possibili effetti: la continua negazione della realtà interna della donna può condurla, progressivamente, a dubitare delle proprie percezioni, dei propri sentimenti e dei propri desideri, fino a perdere fiducia in ciò che sente e percepisce e a riconoscersi sempre meno al di fuori dello sguardo che il partner le restituisce.

Resta allora da chiedersi perché, per alcuni uomini, sia così difficile riconoscere la donna nella sua identità e autonomia, fino a vivere come intollerabile la sua possibilità di scegliere e di separarsi. 

È in questa prospettiva che si inserisce la Teoria della nascita di Massimo Fagioli. Il suo punto di partenza è che l’essere umano non nasce violento: alla nascita esiste un’uguaglianza originaria tra gli esseri umani e comincia a formarsi una realtà psichica non cosciente, capace fin dall’inizio di immagini e affetti. Il pensiero, in questa concezione, non nasce come linguaggio ma come immagine: prima ancora delle parole e della coscienza di sé, il neonato possiede una capacità di immaginare e di sentire che costituisce la base del primo rapporto interumano, innanzitutto con la madre o con chi si prende cura di lui in modo continuativo.

Il primo anno di vita assume perciò un’importanza fondamentale. Nel soddisfacimento del bisogno di nutrimento, il bambino dovrebbe trovare anche una corrispondenza affettiva alle proprie esigenze di calore e di calma. Nel rapporto con il seno vive continue, piccole separazioni: dopo la poppata si addormenta e sogna, elaborando senza coscienza, attraverso immagini, l’esperienza fisica e psichica appena vissuta. La qualità del rapporto dipende quindi non soltanto dalla risposta ai bisogni fisiologici, ma dalla realtà affettiva non cosciente dell’adulto.

Se questa esperienza è positiva, il bambino arriva naturalmente allo svezzamento, che dal punto di vista psicologico rappresenta una seconda separazione dalla madre: la prima avviene alla nascita, quando il neonato si separa dalla sua realtà fisica e realizza la propria esistenza; la seconda riguarda il rapporto vissuto durante il primo anno. La nascita è uguale per tutti e fonda, per Fagioli, l’uguaglianza naturale degli esseri umani; diversa può essere invece la qualità del rapporto successivo e della separazione. Quando il primo anno è caratterizzato da affettività, lo svezzamento può realizzarsi come una separazione semplice e libera, aprendo alla possibilità di sviluppare una propria e originale identità e una propria sessualità, intesa come desiderio di rapporto con un altro essere umano uguale e diverso. Il rapporto uomo-donna può allora realizzarsi come espressione dell’identità umana di ciascuno, senza che la differenza si traduca in superiorità o inferiorità.

Se, al contrario, il primo rapporto è segnato da una profonda delusione sul piano dell’affettività non cosciente, anche la separazione può risultare compromessa. Non sono sufficienti il nutrimento, le cure fisiche o un’educazione razionale a comportamenti socialmente adeguati: ciò che conta, in questa prospettiva, è anche la qualità affettiva del rapporto. È in questa storia del primo anno di vita e dello svezzamento che Fagioli individua la possibile radice della negazione dell’immagine femminile. Una carenza in questa dimensione può lasciare una fragilità profonda che, nell’età adulta, può assumere forme psicopatologiche anche dietro un comportamento esteriormente lucido e razionale.

La donna è infatti legata direttamente a questo mondo di immagini: rappresenta quella dimensione irrazionale che, nella Teoria della nascita, caratterizza la realtà umana fin dall’inizio, prima ancora del pensiero verbale, e che Fagioli riconduce alla memoria-fantasia della nascita e del primo anno di vita. L’incontro con la donna può quindi richiamare, senza consapevolezza, esperienze indefinite appartenenti alla prima storia affettiva e al primo rapporto interumano.

In una realtà psichica sana, la donna viene riconosciuta come una persona con una propria identità, propri desideri e una propria libertà. Quando invece la realtà interna è profondamente carente o alterata, questa possibilità può risultare compromessa: la donna non viene riconosciuta per ciò che è, ma ricondotta all’immagine che l’uomo ha costruito per lei. La sua libertà, anziché essere riconosciuta come espressione della sua identità, può diventare qualcosa che il pensiero malato non riesce ad accettare.

È qui che il possesso mostra di non avere nulla a che vedere con l’amore. Perdere la donna viene vissuto come perdere un bene che si credeva proprio, come qualcosa che viene sottratto, non come una persona che sceglie di andarsene. La donna viene così svuotata della propria identità e ridotta a un oggetto. L’uomo può continuare ad apparire lucido, razionale e socialmente adeguato, mentre il suo pensiero nega alla donna la realtà di essere umano e la possibilità di essere libera.

Prima ancora di qualsiasi aggressione fisica si realizza così una violenza psichica: un pensiero che nega la donna e che, proprio attraverso questa negazione, mantiene un equilibrio patologico e fragile.

C’è allora un momento in cui questo equilibrio patologico può cominciare a incrinarsi. Non coincide necessariamente con la separazione: può essere sufficiente che la donna manifesti qualcosa di proprio, un desiderio, una scelta, un interesse, un movimento che renda visibile un’identità distinta da quella che l’uomo le aveva attribuito.

In alcuni casi, questo movimento viene percepito e vissuto come una frustrazione. Anche un segnale minimo con cui la donna comincia a rivendicare qualcosa di proprio può mettere in crisi un equilibrio che reggeva finché la sua identità rimaneva nascosta o subordinata. È allora che l’uomo può vivere un senso di tradimento o di abbandono: l’identità della donna diventa termine di un confronto che non riesce a sostenere, perché nel confronto la propria realtà interna gli appare insufficiente e carente.

In altri casi, invece, quel movimento non viene neppure riconosciuto come espressione dell’identità della donna. Viene registrato soltanto come la rottura di una certezza: quella che lei debba continuare a esistere nella posizione che le è stata assegnata. Trovare un lavoro, riprendere gli studi, dedicarsi maggiormente a se stessa, esprimere un desiderio autonomo possono allora essere percepiti non per ciò che sono, ma come una ribellione da contrastare o punire.

Di fronte a reazioni come queste, il senso comune ha già pronta un’etichetta: la gelosia. Ma è proprio questa interpretazione che va messa in discussione.

La gelosia non basta a spiegare questa dinamica. Essa poggia infatti su un’immagine bella e preziosa dell’altro, su un timore della perdita che presuppone il riconoscimento del suo valore. Non può essere il movente di chi uccide.

L’invidia, invece, è cosa diversa. Tecnicamente, è un investimento pulsionale aggressivo diretto verso l’altro: non scatta per la sua realtà materiale, che semmai provoca rabbia, ma per le sue qualità psichiche interne, per la sua identità umana. L’invidioso sente, nel profondo, che la possibilità di diventare come l’altro non c’è: non potrà mai essere come lui. È a questo punto che si scatena l’affetto proprio dell’invidia, perché l’invidia in sé non è un affetto: l’affetto dell’invidia è l’odio.

Da questa impossibilità resta una sola strada: far sì che l’altro diventi come sé, guastarlo. È la difesa in attacco dell’invidioso. A questo si accompagna la negazione, che non è il semplice negare a parole, ma pensare l’altro come l’esatto contrario di ciò che è: una qualità bella, viva, preziosa viene ribaltata nel proprio opposto. La qualità dell’altro viene quindi percepita e, proprio perché percepita, attaccata, svalutata, guastata. Invidia, odio e negazione compongono così una triade strettamente legata.

Esiste però una configurazione psicopatologica diversa, quella schizoide, nella quale non è più l’odio a dominare, ma la totale scomparsa degli affetti: l’anaffettività. Se nell’invidia la qualità psichica dell’altra viene ancora percepita, tanto da suscitare odio e da diventare bersaglio dell’attacco, nell’anaffettività viene meno proprio questa partecipazione affettiva.

La violenza può assumere allora un carattere “a freddo”: meno rabbia, meno odio, fino a un colpire quasi meccanico, come una punizione inflitta a chi ha rotto una certezza o ha tentato di sottrarsi alla posizione che gli era stata assegnata. Non è più necessario un odio incontenibile: la violenza può essere pensata e agita senza che compaiano affetti riconoscibili.

È questo uno degli aspetti più estremi dell’anaffettività: colpire una donna — così come un bambino o un estraneo — senza rabbia e senza odio, perché l’altro non viene più sentito nella sua realtà di essere umano. Nella configurazione schizoide può venir meno proprio quella intuizione immediata della realtà psichica dell’altro che permette di riconoscerlo come un proprio simile.

Tutto questo può coesistere con un’apparenza esteriore perfettamente ordinata. L’uomo può mostrarsi sicuro di sé, curato, controllato, senza evidenti alterazioni dell’umore. La normalità del comportamento manifesto non corrisponde necessariamente alla presenza di una realtà interna affettiva: dietro quell’apparente integrità può esistere una profonda anaffettività.

Questa configurazione, spesso, non resta isolata: capita che si leghi in modo quasi indissolubile a un’altra, opposta e complementare — quella di chi, pur avendo conservato un’idea, per quanto vaga, di cosa dovrebbe essere un rapporto tra esseri umani, cerca proprio in un partner così distante e controllato una sicurezza che sente di non poter trovare in se stesso. È un incastro che si tiene in piedi su un doppio bisogno: chi cerca di essere controllato, perché non si sente capace di rispondere davvero al desiderio di un altro; e chi, dal canto suo, trova comodo avere accanto qualcuno che gli affida la propria fragilità, qualcuno da poter dire malato al posto proprio. Ne nasce una complicità difficile da scalfire, fondata su un’immobilità in cui non succede mai nulla di nuovo, e che non lascia intravedere alcun futuro diverso. 

C’è un ultimo concetto, forse il più delicato di tutti: la pulsione di annullamento. Bisogna distinguerla con cura dalla distruzione. Distruggere qualcosa significa comunque misurarsi con essa, romperla, colpirla — resta un bersaglio presente. Annullare è un’operazione diversa e più radicale: nella propria mente, l’altro smette semplicemente di esserci. Non viene affrontato né combattuto: viene fatto sparire, come se non fosse mai esistito.

Applicato al rapporto con la donna, questo significa che l’uomo può arrivare a cancellarla psichicamente molto prima di colpirla fisicamente: nella sua testa, di lei resta solo un corpo, svuotato di qualunque riconoscimento come persona. Ed è proprio quando questo tentativo fallisce — quando lei, invece di sparire, si ribella, si allontana, dimostra di avere ancora desideri e una vita propria — che l’equilibrio si rompe del tutto. La separazione, in questo senso, funziona da prova del fallimento: rende evidente che l’uomo non è riuscito a cancellarla dalla propria mente, e per alcuni può diventare la spinta verso il tentativo, questa volta reale, di farla sparire anche fisicamente.

Va ribadito: la separazione non genera questa patologia, la scopre soltanto. Toglie il velo a un equilibrio che fino a quel momento si reggeva su controllo, possesso o identificazione. In un rapporto sano, separarsi non intacca l’identità di chi resta: sono due persone distinte, e la fine del legame non comporta la perdita di sé. In questi casi, invece, l’autonomia della donna viene vissuta come qualcosa che viene strappato via, quasi appartenesse all’uomo stesso — al punto che lei smette di essere vista per quello che è realmente, e viene caricata del significato di una figura del passato: diventa, nella mente di lui, una presenza ostile e minacciosa, che ricorda da vicino il modo in cui aveva vissuto, da bambino, una figura materna incapace di offrirgli affetto.

 

Sabrina Rossi, psicologa/psicoterapeuta in rappresentanza della Fondazione Massimo Fagioli ETS