La protesta degli studenti non è di per sé violenta. La violenza è della politica che li priva del futuro e li criminalizza
Stiamo assistendo a un fenomeno di criminalizzazione nei confronti dei giovani che protestano? La ex giudice minorile Cristina Maggia in una intervista a Il Manifesto di recente ha detto che «adesso i giovani vengono trattati addirittura come se fossero i principali nemici dello Stato». Il termine ‘repressione’ è quello che circola di più. Vivere questo clima cosa significa per un ragazzo e una ragazza?
Per la Fondazione Massimo Fagioli ETS che ha finalità di interesse collettivo, interviene Andrea Filippi, psichiatra e che per anni ha svolto il ruolo di segretario nazionale Fp medici Cgil.
«Intanto va detto che c’è una criminalizzazione in generale del dissenso, in qualsiasi forma si esprima. Confondono poi la dimensione politica, che non è violenza, con il disagio sociale di chi spacca le vetrine. La protesta degli studenti non è di per sé violenta, anzi è sana, sanissima, la violenza è della politica che gli mangia il futuro e li criminalizza» afferma. «Siamo di fronte ad una situazione di privazione di qualsiasi aspettativa, stanno proponendo alle nuove generazioni una società disastrosa. E allora per fortuna scendono in piazza, lo dovrebbero fare tutte le settimane, come sta accadendo in altri Paesi europei».
E a proposito di criminalizzazione: «Si sta tentando ovunque di trovare degli alibi alla repressione. Si scandalizzano ad esempio per le manifestazioni dei pro-Pal ma non per il genocidio a Gaza».
Andrea Filippi sottolinea poi, proprio per l’esperienza che ha vissuto nel sindacato, che questi movimenti avrebbero bisogno di una rappresentanza. «La mobilitazione spontanea alimentata dalla crescita di motivazioni critiche deve poter intercettare anche forme organizzate istituzionalmente riconosciute perché la separazione tra questi due mondi presta il fianco inevitabilmente alla repressione. Le stesse persone che protestano devono poter incontrare l’esigenza di rappresentanza di chi comunque ha una storia, una cultura e in questo Paese rappresenta in qualche modo dei baluardi di democrazia».
Cosa dovrebbero fare gli adulti? Comprendere di più le nuove generazioni? «Gli adulti dovrebbero sostenere i giovani. Ci ritroviamo uno stato sociale che è al disastro, stiamo vivendo una guerra dopo l’altra, dalla pandemia in poi. Meno male che stanno reagendo. Quello che dobbiamo comprendere è perché gli altri non lo facciano. È normale che i giovani protestino. Non è solo giusto, è fisiologico e sano far sentire la propria voce di fronte a un mondo che va a rotoli e non gli promette nulla, senza futuro. Che fine ha fatto il diritto allo studio? E il diritto al lavoro?».
La deriva del sistema economico e sociale che stiamo vivendo è anche una minaccia per la salute mentale. E lo psichiatra lo mette bene in evidenza: «In questa situazione di mancanza di aspettative, in una società frammentata senza punti di ancoraggi seri, ognuno è costretto ad essere imprenditore di se stesso e poi se fallisce, ecco che fa la depressione perché pensa che la colpa è tutta sua. La colpa così diventa del singolo, del ragazzo, del giovane, così come dell’anziano, dell’adulto. La colpa sarebbe di chi non riesce. Siamo in uno Stato che non permette più di garantire la sopravvivenza alla maggior parte delle persone. E i migliori si sentono inadeguati, se ne fanno una colpa».
«Il motore sono gli studenti. Le proteste – conclude Filippi – nascono sempre dal mondo dell’istruzione, della cultura, della scuola, dell’università. Il problema è ritrovare quella coesione sociale, l’alleanza con i lavoratori».
