La salute mentale è opporsi al disumano
La giornata mondiale dedicata alla Salute Mentale, istituita nel 1992 e promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, quest’anno apre con il titolo: “Lived experiences heard: real voices, real change” (“Ascoltare le esperienze vissute: voci vere, vero cambiamento”). Ed è proprio a partire dalla suggestione del titolo che avvertiamo l’obbligo di un contributo che vada oltre gli orizzonti individuali della salute mentale e verso un’idea di essa che comprenda il collettivo. In questo momento storico da più parti si leva il suono delle voci dei tanti che chiedono “Restiamo Umani”, come reazione agli orrori a cui assistiamo. Da tempo, ormai, siamo spettatori di una delegittimazione sistematica dei diritti che poggia su un processo di disumanizzazione dell’altro che può manifestarsi a diversi livelli di gravità. Ma come si collega questa disumanità alla salute mentale?
Il punto di contatto tra questo concetto di disumanizzazione e la psichiatria possiamo trovarlo nel concetto di pulsione di annullamento (Fagioli, 1972): una dinamica non cosciente che tende a far sparire l’altro essere umano, ad annullarlo, eliminarlo. Tale pulsione può giungere ad un così profondo stato di anaffettività da far sparire non solo la realtà mentale dell’altro, ma in casi estremi può arrivare fino all’eliminazione fisica, “perché quell’essere umano sembra un essere umano ma in realtà non lo è”. Quella percezione delirante che troviamo nel malato mentale può essere pensata, in una dimensione storica e sociale, anche come una chiave per interrogare i processi attraverso i quali un’intera collettività può arrivare ad annullare la realtà di un gruppo di essere umani, sostituendola con una rappresentazione delirante collettiva. Quanto raccontato nel documentario “Naza” di Yuval Abraham e Rachel Szor, insignito del premio speciale della giuria alla 83° mostra del cinema di Venezia, ci conduce proprio a questa drammatica lettura, perché i civili che vengono uccisi non sono “esseri umani” ma solo danni collaterali.
Per questo, la giornata mondiale della salute mentale deve avere quest’anno un respiro più ampio. La rivendicazione necessaria e indiscutibile di una maggior attenzione alla cura e alla prevenzione delle malattie mentali che passi attraverso un maggior investimento nella salute mentale in termini di risorse economiche e professionali, deve accompagnarsi a un lavoro più ampio, un lavoro di prevenzione che potremmo definire “culturale”.
Proprio per questo riteniamo che il titolo “Lived experiences heard: real voices, real change” possa avere un significato molto profondo nella misura in cui propone l’ascolto delle esperienze vissute come comprensione dell’umanità dell’altro e delle “voci” degli esseri umani che devono essere sottratte all’annullamento e al silenzio. Allora giungere a un cambiamento reale significa portare il concetto di annullamento dal piano psicopatologico della cura del singolo a quello storico-sociale. Significa costruire una cultura capace di riconoscere l’umanità dell’altro perché la salute mentale non può riguardare soltanto la cura di chi si ammala, ma anche la capacità di una società di conservare il proprio rapporto con l’umano. Siamo tutti coinvolti in una sfida collettiva: comprendere e combattere la disumanità.
